domenica, 01 aprile 2007, ore 14:23
Ho appena finito di leggere, dopo averlo comprato il giorno dopo l'uscita ufficiale, “Manituana”, l'ultima opera corale del collettivo di scrittura conosciuto come Wu Ming. Come già avvenuto sia per le opere “di gruppo” come “Q” o “54”, che negli scritto “solisti” dei vari autori come “Guerra agli umani”, “Havana Glam” o “Libera Baku ora!” la narrazione è ambientata in un periodo storico di cui molti di noi sanno poco credendo di sapere tanto, e sopratutto la storia è vista e vissuta “dall'altro lato”, da quello dei perdenti, dei senzavoce, degli ultimi, di coloro di cui – per dolo o colpa – la Storia con l'iniziale maiuscola si dimentica o fa finta di dimenticarsi, come di un parente scomodo capitato all'improvviso in una festa di famiglia. Nel caso di “Manituana” l'ambientazione è quella delle colonie inglesi in America alla fine del 1700, quando scoppiano i primi tumulti di una guerra che segnerà la nascita degli Stati Uniti d'America incrinando il potere coloniale del prolifico Re Giorgio. Chi come me è cresciuto leggendo le avventure di Davy Crockett e – sopratutto – i fumetti di “Bleck Macigno” e del "Comandante Mark" parte da un pregiudizio forte quanto inconsapevole: le “giubbe rosse” erano tutte stupide e cattive, i coloni ribelli giusti ed animati di furor patrio e aneliti di libertà; naturalmente sappiamo bene che non è così, che in ciascun uomo albergano vizi e virtù, pregi e difetti, ideali e interessi e le comunità, essendo aggregati umani, amplificano gli uni e gli altri, effetto aumentato poi esponenzialmente dalla guerra.
Dei vincitori si è scritto e filmato tanto, Wu Ming si piazza dall'altra parte della barricata, da quello in cui prendono posto coloro che saranno infine i più sconfitti di tutti, ovvero i nativi americani della “Lega delle Sei Nazioni” fedeli alla corona inglese. Aldilà della ricostruzione storica (i certosino lavoro degli autori si apprezza in tutte le seicento e passa pagine del libro), quello che mi ha colpito è la caratterizzazione dei personaggi, il loro rispondere ad un canone quasi classico (tipo quelli tracciati da Propp nelle sue opere) pur spiccando nelle loro caratteristiche individuali e di genere. Di genere, già, perché anche se da un lato il cammino della storia segue le vicende dei protagonisti (nel bene e nel male) maschili, le tappe sono caratterizzate dall'intuito, dal sacrificio e dalla forza femminili. Non è un racconto di eroi, quanto piuttosto di persone più o meno comuni che si trovano a vivere una vicenda forse più grande di loro, ed affrontano gli eventi consapevoli che il loro compito è di fare quel che va fatto, al meglio delle loro possibilità. Un libro quasi “cinematografico”, per la capacità dei Wu Ming di descrivere ambienti e paesaggi con frasi efficaci e coinvolgenti; un racconto d'altra parte molto intimo, perché più di una volta mi son sorpreso a pensare a cosa avrei fatto io al posto dei vari personaggi; infine una narrazione “politica” nel senso migliore del termine, che pur nel rigore storico non sfugge alla tentazione di cercare analogie con gli eventi dei nostri anni, in altre parole, una ennesima perla della collana chiamata Wu Ming.
Nishinkan
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libri